La misura che le imprese aspettano, ma senza le regole certe resta ferma al palo
Di seguito proponiamo l’intervista a Piergiorgio Zuffi, socio e direttore commerciale di Innova Finance, pubblicata da Industria Italiana. Un approfondimento dedicato alle principali novità e prospettive dell’Iperammortamento 2026.
Aliquote fino al 180%, platea ampliata e meno vincoli rispetto a Transizione 5.0 rendono la misura più conveniente, ma l’assenza del decreto attuativo, il nodo Made in UE e i dubbi sui SaaS stanno paralizzando le scelte delle imprese. Investimenti rinviati e rischio concreto di frenata per il mercato dei beni strumentali già nel primo trimestre. Ce ne parla Piergiorgio Zuffi, socio e direttore commerciale di Innova Finance.
È ancora in stallo l’iperammortamento. A oltre due mesi dall’entrata in vigore della manovra 2026, la misura resta ai blocchi di partenza e rischia di frenare gli investimenti delle imprese. «Le aziende non programmano gli acquisti e le vendite di macchinari nel primo trimestre sono a rischio», avverte Piergiorgio Zuffi, socio e direttore commerciale di Innova Finance, la società di finanza agevolata che negli ultimi nove anni ha gestito circa il 10% delle risorse nazionali sulle agevolazioni 4.0. Il paradosso è che l’incentivo per l’acquisto di beni materiali e immateriali digitali e sostenibili è tra i più attesi sia dalle imprese che vogliono rinnovare gli impianti sia dall’industria che li produce: il comparto dei beni strumentali, primo segmento industriale del Paese, che vale circa il 14% della manifattura italiana.
Tra le ragioni dello stallo, il nodo della clausola Made in EU, inserita all’ultimo momento nella manovra e destinata a essere corretta con un nuovo intervento normativo, tra l’altro preannunciato da un a comunicazione del MEF di giovedì 12/03/2026. Ma secondo Zuffi questo è, in parte, un falso problema: «quando investono, le imprese tendono a scegliere il macchinario più performante, non quello più economico. Se acquistano prodotti cinesi è perché non trovano alternative altrettanto valide». Il vero ostacolo, piuttosto, è un altro: i continui rinvii. «Le imprese hanno bisogno di politiche industriali con obiettivi chiari e orizzonti almeno di medio periodo. Questo vale anche per le agevolazioni», spiega Zuffi nell’intervista a Industria Italiana, in cui analizza punti di forza e criticità del nuovo iperammortamento e il ruolo della finanza agevolata negli investimenti in innovazione.
Dal primo Piano Industria 4.0 sono passati dieci anni e gli incentivi sono più volte cambiati. Qual è stata la formula di maggior successo?
Il periodo migliore è stato quello in cui il credito d’imposta era al 50-40%. Il primo Piano Industria 4.0 prevedeva un iperammortamento, che poi è diventato un credito d’imposta, e ora torniamo a un iperammortamento. Questa formula permette di applicare una maggiorazione al valore del bene e ridurre l’imponibile fiscale. Per ottenere uno sconto Ires o Irpef l’azienda deve quindi avere utili. Il credito d’imposta invece consente di portare in compensazione altre imposte, come l’Iva, o i contributi previdenziali. Per questa ragione, le imprese lo apprezzano maggiormente.
In che misura le aliquote del nuovo iperammortamento sono più favorevoli rispetto al precedente credito d’imposta?
Per investimenti fino a 2 milioni e mezzo di euro, abbiamo una maggiorazione del 180%, da 2,5 a 10 milioni l’iperammortamento è al 100%, da 10 milioni a 20 milioni abbiamo al 50%. Significa che il vantaggio fiscale è rispettivamente del 43,2%, 24% e 12%. Sono valori rilevanti. In più, il nuovo piano reintroduce voci che prima erano state escluse, come i software. E amplia la platea di quelli agevolabili. Qui però c’è una criticità importante che va risolta con il decreto attuativo.
Qual è la criticità sui software?
L’impostazione della norma sembra rendere ammissibili solo le licenze, perché sono beni ammortizzabili. Bisogna trovare una formula che ammetta anche i software as a service (SaaS). È un aspetto che va chiarito esplicitamente con il decreto attuativo.
Oltre all’intensità dell’agevolazione, ci sono altri punti a favore dell’incentivo, anche paragonandolo al vecchio Piano Transizione 5.0?
È positivo il superamento del concetto di trainante o trainato. Software e impianti fotovoltaici sono ora incentivati anche senza un complessivo progetto di digitalizzazione. Un’impresa può ad esempio applicare il beneficio fiscale sul semplice acquisto di un Mes, manufacturing execution system. Sul fotovoltaico c’è anche un altro aspetto. Il decreto attuativo dovrebbe chiarire se le batterie di accumulo sono ammissibili stand alone, o se vanno collegate all’acquisto di un modulo fotovoltaico.
Ritiene che le imprese utilizzeranno l’iperammortamento più del vecchio Piano Transizione 5.0?
Sì, è molto probabile. Forse le adesioni non raggiungeranno quelle del credito d’imposta 4.0, che consentiva di ottenere il beneficio fiscale nell’arco di 3-4 anni. L’iperammortamento invece ha tempi più lunghi, legati al periodo di ammortamento del bene o alla durata del leasing. Le aziende che hanno più utili probabilmente sceglieranno la formula del leasing, che consente di fruire dell’agevolazione fiscale in un tempo fino alla metà dell’ammortamento del bene agevolato.
E il maggior punto critico di questo incentivo?
L’incertezza attuativa. La norma inserita in manovra incentiva solo i beni Made in UE. Sappiamo già che verrà superata, perché lo ha annunciato il viceministro Maurizio Leo e il MEF col comunicato del 12/03/2026. Ma stiamo ancora aspettando il necessario passaggio normativo, e senza regole certe le imprese non programmano investimenti. Vedo il rischio che i dati sulle vendite di macchinari e impianti del primo trimestre siano rallentati dalle incertezze normative.
I produttori di macchinari sono favorevoli al Made in UE, ritenendolo una protezione nei confronti della concorrenza soprattutto cinese. Cosa ne pensa?
È favorevole chi produce in Italia e in Europa, mentre le molte aziende italiane collegate a fornitori esteri potrebbero essere penalizzate da questa clausola. Ma qui io mi porrei un altro problema. Dovremmo chiederci se sia corretto proteggere l’innovazione europea o lasciarla competere con quella globale.
Il beneficio fiscale stimola le imprese a puntare sulla qualità oppure tendono a scegliere il prodotto più economico?
Tendono a scegliere il macchinario più performante. Certo, abbiamo casi di imprese che pur col credito di imposta hanno acquistato prodotti cinesi, ma lo hanno fatto perché non hanno trovato in Europa alternative in grado di garantire le stesse prestazioni.
Secondo lei cosa bisognerebbe fare per migliorare la situazione degli imprenditori che vogliono fare investimenti?
La strada migliore passa dalla stabilità della politica industriale, con obiettivi chiari e almeno di medio periodo. Questo vale anche per le agevolazioni. Le imprese hanno imparato a utilizzarle cogliendone il vero obiettivo, che è quello di potenziare la competitività, crescere sul mercato internazionale. Ma chiedono orizzonti di medio periodo. Un piano di innovazione produttiva richiede un periodo di almeno 3-5 anni.
Quali sono le tipologie di incentivi alle imprese che funzionano meglio?
Le aziende prediligono il fondo perduto o il credito d’imposta, perché assicurano un maggior vantaggio in termini economici. Può essere una quota a fondo perduto o un recupero fiscale, e deve essere pari almeno al 30%. Questa misura di incentivo stimola le aziende a effettuare investimenti tecnologicamente avanzati.
Sono attualmente disponibili incentivi per la digitalizzazione con quote di fondo perduto?
Il voucher sulla cybersicurezza e il cloud, con un contributo del 50% a fondo perduto che può arrivare fino a un massimo di 20.000 euro. Il bando Simest Transizione Digitale ed Ecologica, che sostiene investimenti per la digitalizzazione e l’efficientamento energetico delle imprese che esportano con un 20% di fondo perduto e un finanziamento agevolato. Oppure i bandi regionali, quelli afferenti al PR Fesr, Programma Regionale del Fondo Europeo di Sviluppo Regionale. Sono fondi strutturali della Comunità Europea, gestiti dalle Regioni.
Voi come Innova Finance intervenite “solo” come consulenti nell’utilizzo dell’incentivo, o entrate anche nel merito delle scelte di digitalizzazione?
Noi abbiamo fondato l’azienda sul tema dell’utilizzo delle agevolazioni in chiave strategica. Il nostro obiettivo è aiutarle a crescere, mettere a fuoco gli obiettivi. Entriamo quindi nel merito dei progetti. L’agevolazione è un mezzo, non un fine. Questo è un messaggio importante da trasmettere all’industria: crescita e investimenti vanno pianificati. La stragrande maggioranza delle imprese fatica a capirlo. È comprensibile, in un momento caratterizzato da molteplici incertezze. Ma è fondamentale utilizzare bene gli incentivi, che devono servire per diventare più competitivi.
Quali tratti distintivi vi caratterizzano rispetto ad altri player della finanza agevolata?
Il posizionamento sul mercato: gestiamo da 7.500 a 8.000 progetti l’anno. Il mio socio Francesco Lombardi ha recentemente sottolineato che da Innova Finance sono gravitate circa il 10% delle risorse nazionali sulle agevolazioni 4.0. Grazie a questa esperienza, nel momento in cui esce una norma nuova siamo velocemente in grado di fornire un’interpretazione corretta.
Lavorate di più sugli incentivi nazionali come il 4.0 o il 5.0, sui bandi, su altri meccanismi agevolativi?
Lavoriamo fondamentalmente sui bandi, nazionali e internazionali. Siamo un’azienda cliente centrica: studiamo i fondamentali e le strategie delle imprese che seguiamo, e le aiutiamo a fare piani di investimenti e a trovare i migliori incentivi, in Italia e in Europa.
Che valore hanno sul mercato le vostre certificazioni legate alla gestione degli incentivi?
L’iscrizione all’albo dei certificatori per i crediti d’imposta ricerca e sviluppo, innovazione e design fornisce alle nostre valutazioni tecniche affidabilità nei confronti dell’Agenzia delle Entrate. Siamo anche stati fra i soggetti che hanno promosso la creazione di questo Albo, a tutela delle competenze che servono per partecipare ai bandi. La certificazione Ege per le diagnosi energetiche dei processi industriali ci accredita sulla Transizione 5.0 e nel fornire supporto alle aziende per la partecipazione a bandi legati a efficientamento e risparmio energetico. Infine, abbiamo una certificazione sulla parità di genere, che non ha un impatto diretto sul rapporto con i clienti, ma riflette i nostri valori aziendali.
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