Riportiamo l’intervista a Piergiorgio Zuffi, Socio e Direttore Commerciale di Innova Finance, pubblicata da Industria Italiana, che approfondisce il ruolo della finanza agevolata nel sostenere i percorsi di transizione verde delle imprese, evidenziando strumenti, opportunità e leve operative a supporto degli investimenti sostenibili.
Come trasformare la sostenibilità in margine
Nonostante norme frammentate e continui cambi di rotta, le imprese possono sfruttare leve precise: crediti d’imposta, bandi, accumulo e rinnovabili. Il vero nodo? Non è la sostenibilità in sé, ma la capacità di integrarla nei processi e nei conti economici. Per generare efficienza, accesso al credito e vantaggi competitivi.
«La sostenibilità deve diventare un fattore di competitività sul mercato». Parole di Piergiorgio Zuffi, direttore commerciale di Innova Finance, società di consulenza e finanza agevolata. Ma cosa intende Zuffi? Che occorrono non solo obiettivi ambientali più ambiziosi, ma strumenti capaci di renderli economicamente sostenibili per le imprese. In parole semplici, «incentivi più efficaci, semplici e attrattivi». E perché questo passaggio è necessario? Perché oggi la twin transition è ancora lontana dall’essere compiuta. Più che un percorso integrato, resta un cantiere aperto: digitale e sostenibilità continuano a procedere su binari paralleli, senza convergere in una strategia industriale coerente. A guidare le scelte delle imprese sono soprattutto gli incentivi disponibili e, sempre di più, il costo dell’energia.
Negli ultimi anni norme e agevolazioni hanno contribuito a diffondere una maggiore attenzione ai temi ESG, anche lungo le filiere produttive. Ma il quadro resta frammentato e instabile. I benefici fiscali vengono utilizzati prevalentemente per ridurre consumi e costi, più che per sostenere un ripensamento profondo dei processi. «Servirebbe uno sforzo ulteriore per avere normative più stabili e durature, capaci di promuovere un vero salto culturale verso la doppia transizione, digitale ed ecologica», osserva Zuffi.
Il confronto con il Piano Industria 4.0 è inevitabile: un impianto chiaro, stabile, comprensibile aveva innescato un’adozione diffusa delle tecnologie. Oggi, al contrario, le continue revisioni rischiano di disorientare le imprese. Il nuovo iperammortamento 2026, con l’eliminazione della premialità per gli investimenti sostenibili, va proprio in questa direzione. Le ambiguità emergono anche sul fronte normativo. In alcuni casi, le misure per la sostenibilità vengono percepite più come un vincolo che come un’opportunità, soprattutto dalle PMI. Le richieste di sospensione del meccanismo Ets, in piena crisi energetica, lo dimostrano: uno strumento pensato per accelerare la transizione può trasformarsi in uno svantaggio competitivo se non è accompagnato da condizioni adeguate. È qui che torna il punto di partenza. Rendere la sostenibilità un fattore di competitività non è uno slogan, ma una condizione operativa: significa costruire politiche stabili, incentivi accessibili e un quadro coerente. Solo così la transizione potrà smettere di essere guidata dagli obblighi e diventare, davvero, una scelta industriale.
Si parla di sostenibilità da molti anni e oggi esistono anche strumenti concreti, come il bilancio di sostenibilità e gli incentivi. Questi sforzi regolatori hanno raggiunto dei risultati concreti? E le imprese sono effettivamente più propense a investire nell’efficienza energetica?
I regolamenti e le agevolazioni rappresentano senz’altro un modo per sensibilizzare le imprese su temi come efficienza energetica, impronta carbonica e governance ESG. Le normative sono uno stimolo anche per l’impatto che generano sulla filiera: le grandi aziende, obbligate al bilancio di sostenibilità, devono valutare l’impatto ambientale e sociale dei fornitori. Tutto questo contribuisce a creare una sensibilità abbastanza diffusa. Le aziende di media e piccola dimensione, però, sono ancora indietro: serve tempo perché arrivino a ragionare compiutamente in termini di ESG. È più sviluppata, invece, l’attenzione verso i costi e i consumi energetici, anche perché hanno un risvolto economico immediato. Su tematiche più legate alle persone, come la certificazione sulla parità di genere, o sulle sfide della governance, c’è ancora molta strada da fare.
Le aziende hanno recepito il concetto di twin transition o tendono ancora a tenere separati digitale e sostenibilità?
Anche in questo caso è determinante l’architettura delle agevolazioni. Nel tempo si sono succeduti diversi incentivi: prima sulla digitalizzazione, poi sulla doppia transizione. Il piano Industria 4.0, avviato nel 2017, ha effettivamente centrato l’obiettivo di promuovere su larga scala l’innovazione dei processi produttivi. Nel 2024, con la Transizione 5.0, si è cercato di fare un passo avanti verso la twin transition: macchinari automatizzati, digitalizzati, interconnessi e anche capaci di migliorare l’efficienza energetica. Tuttavia, a seguito di alcuni cambi repentini di strategia governativa, una parte delle aziende ha ottenuto solo l’89,77% del beneficio richiesto. L’attuale iperammortamento rappresenta un’ulteriore evoluzione, perché introduce regole sia per la transizione digitale sia per quella ecologica, ma senza integrarle davvero. È un po’ quello che accade nelle imprese: hanno ben chiara la transizione digitale e gli investimenti per l’efficienza energetica, ma faticano ancora a concepirli come un unico percorso. Servirebbe quindi uno sforzo ulteriore per avere normative più stabili e durature, capaci di promuovere un vero salto culturale verso la twin transition.
In realtà l’iperammortamento ha rinunciato alla maggiorazione sui progetti che abilitano il risparmio energetico.
È vero. Nella prima bozza della Legge di Stabilità di ottobre ’25 era prevista un’aliquota più favorevole per la transizione ecologica, poi eliminata nel testo finale. Il legislatore ha fatto una scelta legata alle risorse disponibili, penalizzando di fatto la premialità sugli investimenti digitali ed ecologici.
Oggi esiste la possibilità di acquistare moduli fotovoltaici e sistemi di accumulo anche indipendentemente da un progetto più ampio di efficienza energetica. È un bene o un male? Le imprese utilizzeranno questa opportunità?
Ritengo di sì, e penso che sia un bene. Il tema dell’energia è centrale e lo sarà sempre di più. Le aziende, per rimanere competitive, cercheranno di ricorrere, per quello che potranno, alla produzione di energia da fonti rinnovabili. Il decreto attuativo prevede anche la possibilità di incentivare le batterie di accumulo acquistate senza fotovoltaico, a supporto di impianti già esistenti. In definitiva, credo che sarà una misura ampiamente utilizzata dalle imprese.
Quali sono gli incentivi sulla sostenibilità che hanno funzionato meglio o che funzionano meglio?
I crediti d’imposta sono sempre molto apprezzati dalle aziende, più delle misure come l’ammortamento, che è una forma tecnica diversa. Sono ben visti anche i bandi a fondo perduto, sia regionali sia nazionali, e strumenti come il conto termico 3.0. In generale, le imprese apprezzano contributi a fondo perduto, crediti d’imposta e semplicità operativa. La Transizione 5.0, ad esempio, ha richiesto troppo tempo a causa della complessità applicativa. L’aspetto decisivo resta quindi il meccanismo incentivante: se è conveniente e abbastanza semplice, funziona, sia sull’efficientamento energetico sia sulle certificazioni e su altri strumenti legati alla sostenibilità.
Siamo in piena crisi energetica e l’Italia chiede all’Europa di sospendere il meccanismo Ets, il mercato delle quote di emissioni di Co2. Anche Confindustria spinge in questa direzione. È una buona idea o rappresenta un passo indietro?
Sostenibilità, impronta carbonica e lotta al green washing sono temi centrali. Tuttavia, per permettere alle imprese di competere su un mercato globale, queste iniziative devono diventare un vantaggio e non uno svantaggio competitivo, considerando che non tutte le produzioni nel mondo sono soggette alle stesse regole. Il meccanismo Ets, sulla carta, è condivisibile, ma genera un’asimmetria e rischia di ridurre la competitività delle imprese. In questa fase storica, pur mantenendo alta l’attenzione sulle emissioni inquinanti, ritengo che un allentamento delle regole possa essere necessario.
Questa richiesta non denota una scarsa attenzione ai temi della sostenibilità?
Non credo. Si tratta piuttosto di un tema di competitività globale. Se vogliamo riportare o mantenere le produzioni in Europa, il punto centrale per le imprese è il costo della produzione. La sostenibilità deve essere un valore aggiunto da valorizzare sul mercato, non un limite che spinge a delocalizzare.
Come Innova Finance, in che modo supportate le imprese sui temi dell’industria green?
Partiamo sempre dalla sensibilizzazione. Le aziende spesso non si rendono conto dei cambiamenti in atto, perché concentrate sul proprio sviluppo. Il nostro obiettivo è anticipare questi cambiamenti e aiutarle a comprenderli. Spesso le imprese si trovano ad affrontare la sostenibilità perché qualcuno lo richiede. Intervenire in anticipo sugli investimenti più utili per il business e sugli incentivi disponibili significa offrire un supporto concreto e di valore.
Tra le vostre competenze c’è anche la consulenza ESG. Avete sviluppato una piattaforma: come funziona e quali servizi offre?
La piattaforma consente di accompagnare le imprese lungo tutto il percorso di transizione energetica. Si parte da una mappatura iniziale per valutare lo stato dell’arte, per poi sviluppare percorsi che migliorano le performance ESG, fino ad arrivare alla certificazione dei report e al bilancio di sostenibilità.
Negli ultimi anni c’è stata un’evoluzione normativa significativa sugli obblighi di rendicontazione, come la Corporate Sustainability Reporting Directive. Prima riguardava solo le grandi aziende, ora si estende anche alle medie. Questo aumenta la sensibilità delle imprese?
Sì, e continuerà a farlo, soprattutto per le imprese inserite in filiere che richiedono reportistica. Chi non sarà obbligato, gioco forza, rimarrà più indietro su queste tematiche. La legislazione contribuisce quindi ad aumentare la sensibilità alla sostenibilità. Le imprese, però, guardano anche al proprio interesse: questa regolamentazione può essere positiva proprio perché potrebbe aumentare l’attrattività dei prodotti sul mercato.
Nel vostro lavoro vi concentrate più sul rating ESG o sugli incentivi?
Al momento, sicuramente sugli incentivi. Oggi c’è una forte operatività sull’efficientamento energetico e sulle certificazioni legate alla sostenibilità. Tuttavia, in prospettiva, i rating ESG acquisiranno sempre più importanza, anche grazie ai crescenti investimenti delle imprese in efficienza energetica.
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